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News: SUL WIMAX L'ITALIA E' FUORI DALL'EUROPA

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Inviato da Salvo 24 Ott 2006 - 08:24

Tratto da "Repubblica Affari&Finanza" del 23 ottobre 2006, pag.10

di STEFANO CARLI

Quattrocento milioni di euro per spostare i radar che oggi funzionano sulla banda di frequenza intorno ai 3,5 ghz: è quello che il ministero della Difesa guidato da Arturo Parisi chiede per restituire al suo collega delle Comunicazioni Paolo Gentiloni la porzione materiale di etere sui cui dovrà passare il WiMax. Sono tanti, 400 milioni. Sono circa la metà di quanto costa realizzare una intera rete WiMax nuova di zecca che copra tutto il territorio nazionale. C’è chi è convinto che il vero costo di sostituzione non sia che di qualche decina di milioni. Anche perché quelle frequenze nel resto d’Europa sono già del WiMax e l’Italia è rimasta un’isola con i suoi vecchi radar che parlano una lingua che nel resto d’Europa e del mondo non si usa più. E infatti chi scommette su un effettivo costo di rimpiazzo degli impianti di almeno 20 volte inferiore a quello richiesto lo fa perché ritiene probabile che la maggior parte di quei vecchi radar non ci siano neanche più.
E nel frattempo anche sul WiMax (tanto per non rivangare che anche la radio digitale da noi è in attesa di un paio di passaggi esclusivamente burocratici) l’Italia è in ritardo. Anzi, è rimasta proprio ultima.
La mappa pubblicata in questa pagina non ha bisogno di grandi spiegazioni. Tolti noi, la Serbia (che però pare si stia muovendo), la Bosnia, il Montenegro, l’Albania e la Macedonia non c’è rimasto più nessuno.
Basta il «catenaccio» del ministero della Difesa a spiegare questo ritardo? Il WiMax è una tecnologia per dare accesso in banda larga senza bisogno che l’utente sia connesso ad un cavo. Nella sua versione più vecchia e già in funzione in molte parti nel mondo, uno standard conosciuto come 802.162004, offre un collegamento puntopunto: è proprio come un cavo che unisce due maglie di una rete. La nuova versione, la 802.16d, un’antenna WiMax forma un ombrello in grado di coprire un territorio di qualche chilometro quadrato. Per esempio per coprire l’intera città di Roma basterebbero 50 antenne. In questo modo ci si può connettere in qualsiasi punto ci si trovi. L’unica limitazione è che se si esce dalla cella il segnale cade e ci si deve connettere di nuovo; e poi non ci si può muovere molto velocemente. Insomma, è un collegamento cosiddetto «nomadico». Con la nuova versione 802.16e, che sta terminando la fase sperimentale e sarà standard ufficiale entro pochi mesi, il funzionamento è uguale a quello di una cella di telefonini. La versione WiMax di cui si parla ora in Italia, quella per cui si attende da un anno che il ministero dia il via libera, è quella «nomadica», la «d», non ancora la «e».
Per arrivare al lancio commerciale del WiMax mobile serviranno ancora un paio di anni. Ma intanto il «vecchio» WiMax, la versione «2004» e la versione «d», quella che in Italia hanno sperimentato fino a giugno, vanno benissimo. E crescono. Tanto che le previsioni dicono che il mercato mondiale dei sistemi di rete WiMax nel 2009 fatturerà 2 miliardi di dollari all’industria manifatturiera. E a fatturarli saranno gli operatori WiMax che a quello stesso anno avranno incassato 13,8 miliardi di dollari come ricavi da accesso, a loro volta pagati da 15 milioni di utenti.
A questo punto conviene andare a guardare a chi il WiMax interessa e a chi no. Interessa ovviamente alle aziende che producono i sistemi di rete WiMax, come Ericsson, Siemens, Nokia, Alcatel. Non interessa invece agli operatori mobili, che per la banda larga sui cellulari Umts hanno un’altra soluzione, l’Hsdpa. E di certo non è in testa alle priorità di Telecom Italia che di risorse da investire non ne ha al momento in eccesso e che ha dichiarato di voler puntare sulla fibra ottica.
Il WiMax interessa, in teoria, ai concorrenti di Telecom sulla rete fissa. Wind, Fastweb, Albacom, Tele2, Tiscali. A tutti quelli che hanno una loro infrastruttura di rete fissa e che fanno fatica a raggiungere gli utenti finali passando sull’ultimo miglio di cavo telefonico di proprietà di Telecom Italia. Ma perché solo «in teoria»? Perché il modello di business di sviluppo di una rete WiMax funziona bene procedendo a macchie. Partendo da quelle realtà dove non c’è nemmeno l’Adsl, poi iniziando a coprire parti di città, procedendo così per gradi. Un modello che si attaglia meglio ad un sistema di operatori regionali. Tanto più che le frequenze assegnate al WiMax permetterebbero al massimo 3 operatori nazionali. E infatti tutto il resto del mondo ha scelto di assegnare le licenze WiMax su base regionale. Così ha fatto la Francia, che ha creato 24 licenze regionali, o la Germania, che ne ha fissate 16.
Questo permette di non concentrare la richiesta di risorse sui soliti soggetti ma di allargare il mercato a nuovi protagonisti, come proprio il caso francese dimostra. Permette di far leva su risorse territoriali, su quei serbatoi di cassa che sono costituiti dalle ricche utility locali. Permette infine di integrarsi con le decine di esperienze di reti locali wireless che si stanno realizzando con l’utilizzo di wifi e delle hiperlan, di cui il WiMax può essere il naturale sviluppo. Per i signori delle telecom il WiMax non è una priorità. Per il resto di un’Italia povera di infrastrutture e in cui la banda larga cresce meno che nel resto d’Europa, invece sì.

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